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"Mio padre ha scelto di morire da uomo libero" PDF Stampa E-mail
Ripubblichiamo l'intervista rilasciata da Massimo Noviello, figlio di Domenico Noviello, a Daniela De Crescenzo e pubblicata sul sito di Liberainformazione.
«Mio padre sette anni fa decise di denunciare quelli che gli avevano chiesto il pizzo. Lui mi diceva sempre: non mi succederà niente, ma se mi ammazzassero ricordati che tu devi pensare ai tuoi figli e per questo devi andare via, devi lasciare Castelvolturno. Io l’ho fatto. Non per paura, ma per assicurare la serenità di mia madre e dei miei bambini»: Massimo è il figlio di Domenico Noviello, ucciso dai casalesi il 13 maggio del 2008 per vendicarsi di una rivelazione alle forze dell’ordine fatta sette anni prima. E’ un uomo di 34 anni, è sposato e ha due bimbi, una femminuccia di 2 anni e un maschietto 3. Ma quando per la prima volta arrivarono gli estorsori era ancora un ragazzo.
Che cosa successe allora?
«Io cercavo una soluzione, speravo di poter mediare. Ma mio padre fu chiaro: qua o si paga o non si paga, mi disse, non ci sono vie di mezzo. E poi mi spiegò: la storia ci insegna che tanti hanno combattuto per i propri principi e per la propria libertà. Non si può accettare di essere calpestati, la libertà è preziosa».
E’ pentito?
«No, credo in quello che abbiamo fatto. Ho capito che non potevamo fare niente di diverso. Mio padre ha scelto di morire da uomo libero. Non ho rimpianti e lo dico con tutto il cuore. Se avessimo pagato lui sarebbe morto di rabbia e di umiliazione. Non avrebbe mai accettato di farsi calpestare. Mi diceva sempre: noi ci stiamo difendendo e ci affidiamo alla legge».
Che cosa è successo dopo?
«Sono stato costretto a chiudere l’autoscuola che gestivo con mio padre. Non avrei più potuto fare il mio lavoro con la scorta: quale allievo avrebbe fatto lezione di guida con i poliziotti accanto? Manifestare solidarietà è una cosa, rischiare in proprio ne è un’altra».
E ora che cosa fa?
«Ho lasciato Castelvolturno, ma non la Campania. Dopo l’omicidio ho dovuto pensare a mia madre che già era stata colpita duramente. Negli anni Settanta anche suo fratello fu ucciso a causa di un’estorsione».
E il lavoro?
«Ho venduto la mia attività, ma nonostante l’impegno da parte del ministero nel darmi una mano, sono rimasto a lungo disoccupato. Contattavamo gli imprenditori, ma appena conoscevano la mia storia si tiravano indietro. Poi nel corso di un convengo spiegai quello che stava succedendo. Era presente anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, e la mia storia fini su tutti i giornali. Dopo qualche giorno mi chiamò Antonio Diana, proprietario della Erreplast, una delle rare imprese che lavorano nello smaltimento dei rifiuti senza aver mai avuto problemi con la legge, e mi offrì un lavoro. Lui ha capito subito la mia situazione: nell’85 uccisero anche suo padre sempre a causa del racket».
Si sente solo?
«Certo la situazione è difficile. Ma devo dire che il ministro Maroni e il sottosegretario Mantovano mi sono stati vicini. E Tano Grasso si è schierato al mio fianco. Anche don Luigi Ciotti ha avuto parole molto affettuose».
Si può ancora battere la camorra?
«La recessione rende la situazione ancora più difficile, la disoccupazione e il degrado crescente facilitano i clan. Non è semplice. Ma credo che sia importante lavorare nelle scuole, aiutare i ragazzi a crescere con una coscienza civile. Quando i bambini sono diventati ormai adulti è tutto più difficile. Io non mi tiro indietro partecipo sempre alle manifestazioni per la legalità. E il 19 marzo sarò a Casal di Principe per marciare con la carovana di Libera».
 
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